LAVIA TRA…PIRANDELLO E FELLINI?

Un Pirandello nuovo, questo di Gabriele Lavia che mi fa subito pensare a “La voce della luna” di Fellini. Perchè? – mi chiedo – cosa hanno in comune questi due Giganti? Entrambi avvertono che la paura del “così tanto” visibile ed invisibile, sfugga e che l’unica realtà fantastica sta nel teatro o meglio nella rappresentazione che, Fellini sappiamo chiude dentro il famoso Teatro Cinque di Cinecitta’ e Pirandello realizza in opere che ancora oggi gridano rilettura e comprensione. E poi sono entrambi fantasiosi forse nostalgici, di un mondo che è vissuto prima nel loro cervello e che dipanano filosoficamente nelle creazioni che sono piene ed intense. Non a caso Pirandello e’ riconosciuto come il maestro dell’ avanguardia, nel secolo della caduta delle certezze e della rivoluzione scientifica, e Fellini l’innovatore di un Cinema che nessuno riesce a dimenticare o a ricreare, se non scimmiottando qualche idea o riproducendo, malamente a mio visto qualche film con dubbia fortuna.

I Sei personaggi in cerca d’autore, penultima opera prima dell’incompiuta I Giganti della Montagna cambiano il destino di questo scrittore e ne modificano l’identità. Ma nel primo si pone il seme della ricerca: non è l’autore che cerca qualcuno, ma i personaggi che, come schegge impazzite, irrompono sulla scena, perchè sono forse stati pensati ed ora vogliono vivere non di finzione ma di una verità che per ciascuno è la sua.

Pirandello che appena nel 1920, nel discorso celebrativo per gli ottant’anni di Verga aveva distinto all’interno della tradizione letteraria italiana fra lo stile di parole e quello delle cose, dichiarava ora che esistono scrittori di natura più esplicitamente storica e altri di natura filosofica, rivendicandone l’ appartenenza al mondo della filosofia. Ma si affannava a ribadire il carattere inconscio, dunque non intenzionale, della sua opera.

Lavia lo segue ipnotizzato dal testo…e non solo… introducendo le sue novita’ sulla “scoperta” e sul “miracolo” di quanto è scaturito dalla sua mente e sul fatto che le apparizioni non sono un “trucco” ma sogni necessari, una necessità interiore e un privilegio dell’opera d’arte la quale, con la magia. a differenza di tutto ciò che vive sotto il sole, non deperisce e non muore. È chiaro che queste definizioni possono raggiungere il lettore nel suo silenzio meditativo e non lo spettatore il quale, per forza di cose, ne dovrà fare a meno. In Sei personaggi in cerca di autore protagonista è una famiglia, composta da archetipi, che potrebbero ricordare certe astrazioni espressionistiche che ancora portano con sé la tragedia greca, la stessa da cui Freud trae linfa per la sua interpretazione simbolica: il Padre, la Madre, la Figliastra, il Figlio, il Giovinetto, la Bambina, e infine Madama Pace, solo evocata. Ma qui torna anche Mattia Pascal spiritista e viaggiatore ultramondano. il protagonista del romanzo assiste a sedute di evocazione di defunti e di spiriti, entità che si librano in volo in sussulti, portatrici di verità insondabili, messaggere di un oltre che è la frontiera ultima. Pirandello, con la figura del morto redivivo, riflette sull’analogia tra l’impalpabilità fisica degli spiriti e la leggerezza dei personaggi nella dimensione dell’arte, una leggerezza che non va a scapito della loro profondità. È matura, a mio giudizio, l’intuizione geniale di trattare questi personaggi, che si affollano nella immaginazione per l’appunto come spiriti e folletti che accorrono a chi sa invocarli e interpellarli, altrimenti invisibili ma non per questo meno esistenti. Ne deriva di conseguenza una visione onirica, che Lavia fa sua, un affioramento e galleggiamento virtuale della rappresentazione artistica, che oltrepassa la pesantezza della fisicità e si afferma immortale ed autonoma. Da queste premesse si può valutare il fascino irresistibile della proposta di Gabriele Lavia che ha dalla sua un impianto scenico mozzafiato

I Sei personaggi in cerca d’autore non sono un’opera fatta e conclusa, da rappresentarsi in scena, ma sono un’opera da fare, in collaborazione tra il direttore-capocomico e i personaggi che si trasformano in attori di se stessi, all’istante, davanti agli attori tradizionali destituiti e in mezzo al pubblico, che diventa esso stesso non destinatario ma testimone influente.

Dopo questa scossa e questa conquista, Pirandello non può più tornare indietro. È un autore col marchio: gli sarà possibile, sì, percorrere altri sentieri, ma nella consapevolezza che questa è la sua strada maestra. Pirandello ha così una vocazione che per le risonanze suscitate in società, assume come la istituzione di una missione e cioè costituire una propria Compagnia di un Teatro d’Arte e persino di fondare un Teatro nazionale. Ancora una volta la coscienza intima si oppone a quella collettiva e alle voci di fuori direi lontane e…da evitare. Lo scrittore strappa la maschera che copre il volto, la sua è un’operazione sistematica di denudamento ed Il suo teatro si organizza come una galleria di Maschere Nude. .

Ed arriva anche l’incompiuto I giganti della montagna che propone la conclusione di un rifugio tra le cime tempestose ma intime, quando il teatro ormai comincia a soffrire la concorrenza storica del cinema? No quando il teatro ha preso dentro di Lui una sua determinatezza come teatro dell’impossibile dell’impossibile descrizione di un mondo mistico e personale. Qui il protagonista, il mago Cotrone, ricollegandosi idealmente alle scoperte di Mattia Pascal, liquida per sempre l’opprimente realtà, dichiara di credere agli Spiriti, e anzi di crearli, con la divina prerogativa di un bambino che gioca, pur da vecchio, alienato da tutto. I giganti della montagna, con Gabriele Lavia che ne firma la regia interpretando anche il ruolo di Cotrone, il capo degli Scalognati, si rappresenta in un teatro che cade a pezzi, ove la tenda è sbilenca segno che da molto quel sipario non viene aperto mentre l’interno è un disastroso buio in cui lo stesso teatro si è progressivamente autodistrutto e coperto da un lenzuolo che svela una serie di misteri anche nel gioco delle luci e delle ombre. Una specie di sipario per proteggere la poesia il sogno e persino la magia dal mondo esterno, mondo ottuso, materiale, violento che sta distruggendo le nostre vite incantate, dove i protagonisti sono proprio quelli che fortunatamente non vedremo mai, i giganti del titolo, di cui sentiremo alla fine il pesante passo delle carrozze che si avvicinano ma non troppo e sì perchè il potere ignora la cultura anzi tende a inabissarla e da questo mondo pericoloso bisogna assentarsi. Va da sé che nel mondo del suo tempo Pirandello ha vissuto il teatro come rifugio ed unica realtà possibile come spazio libero.

I giganti secondo Lavia vengono messi in scena e interpretati come un carnascialesco mondo di immaginazione pure ma, nel contempo, di identità vera con una forza vitale che si sostanzia di creazioni ed apparizioni che sconfinano lo stesso palcoscenico per invadere la platea e scuotere loro…esattamente finti e grotteschi come i pagliacci, la nostra solida realtà o meglio la nostra granitica finzione. Come irrompe e ci sorpassa il suono bandistico che per un attimo, quello del passaggio, ci lascia esterefatti e poi forse dimentichi.

Cotrone, il mago strampalato è lo stesso Lavia che richiama alla bellezza della musica come sorgente divina ed è il capo di una strana corte di esiliati di profughi che vivono tuffandosi nei sogni e creando le vere apparenze o apparizioni. Io sono perchè la mia mente è e crea. La Villa della scalogna è al contempo il teatro ammuffito…l’isola che non c’è di Peter Pan anche quella una scommessa ed è qui che irrompe con i suoi capelli rossi la Contessa Ilse con i resti della sua compagnia. Una amante del teatro ridotta anche Lei in disgrazia che ha tentato in tutti i modi di rappresentare la sua favola Favola del figlio cambiato scritta da un giovane poeta che l’amava e che si è suicidato per lei, mentre la donna (Federica Di Martino) incapace di vivere nella realtà, trascina con sé alla rovina i resti di quella che fu, un tempo, la sua compagnia. In questo mondo strano stralunato che vive ai margini della vita la donna crede di trovare ciò che vuole ma trova fantocci di carne che si animano se qualcuno li provoca, pronti a rappresentare se stessi e la confusione di un mondo che non c’è, nel quale anch’essi hanno deciso di vivere, muovendosi a scatti, come marionette meccaniche.

In questo mondo confuso per gli altri si muove Cotrone. Lui sogna che quel teatro scalcagnato, ma pieno di movimenti di spiriti allegri di immaginazione e di creatività puo’ si rappresentare ancora l’anima a patto di creare la magia e dunque un impianto scenico travolgente ed è Cotrone che spiega che i fantasmi vivono in noi e sono importanti per questo ma se la Contessa si introducesse nel mondo dei Giganti tutto non sarebbe lo stesso, poiché quel potere rumoroso non comprenderebbe il sussulto della storia.

C’è molto del troppo in questo nuovo teatro di Lavia anche della filosofia di Pirandello che però Lui dosa magistralmente meritandosi gli applausi a scena aperta. Bellissima la animazione ed inanimazione dei folli folletti o spiritelli che vivono e si addensano come marionette solo ad un giro di spalle dei protagonisti ed è solo Crotone che li vede….Mentre l’uomo impiccato lo vediamo al di là della tenda come solo proiezione di un accadimento o di un ricordo. Ma la di là non vi è nulla come nel famoso Schermo Squarciato di Orson Welles, sì perchè la magia sta nell’hic et nuc in quello che rumorosamente creiamo in mille istanti di una favola che finisce nel momento in cui spariscono i personaggi e la loro vita non interessa piu’ a nessuno. Ma questo non è neppure vero. Pirandello ha mutato un epoca nella scrittura, nel cinema, nel teatro e da allora niente è piu’ lo stesso ma tutto diretto da quella follia che ci rende vivi di saggezza e ricchi di comprensione. Ebbene anche Fellini col suo surrealismo ha dato voce agli ultimi senza dimenticare il mondo dei bambini…la voglia di sognare e credo che questa sia una fusione che il geniale Gabriele Lavia ha forse intuito?

Dicono che l’opera sia incompiuta…Ma io non vedo un compimento migliore di quel “ho paura” gridato prima che tutto finisca e che ritorni l’inesorabile silenzio.

I giganti della montagna
di Luigi Pirandello
regia Gabriele Lavia
scene Alessandro Camera, costumi Andrea Viotti, musiche Antonio Di Pofi
luci Michelangelo Vitullo, maschere Elena Bianchini, coreografie Adriana Borriello
con Gabriele Lavia
La Compagnia della Contessa Federica Di Martino, Clemente Pernarella, Giovanna Guida, Mauro Mandolini, Lorenzo Terenzi, Gianni De Lellis, Federico Lepera, Luca Massaro
Gli Scalognati Nellina Laganà, Ludovica Apollonj Ghetti, Michele Demaria, Daniele Biagini, Marika Pugliatti, Beatrice Ceccherini
I Fantocci (personaggi della “Favola del figlio cambiato”) Luca Pedron, Laura Pinato, Francesco Grossi, Davide Diamanti, Debora Iannotta, Sara Pallini, Roberta Catanese, Eleonora Vona
produzione Fondazione Teatro della Toscana
in coproduzione con Teatro Stabile di Torino, Teatro Biondo di Palermo Gabriele Lavia

Anna Maria Mazzaglia Miceli

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