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L’AVARO DI UGO CHITI … A MESSINA

Facebook Twitter Google +   Anche a Messina arriva attesissimo, al Teatro Vittorio Emanuele, L’AVARO” di Molière nel libero adattamento ed ideazione di spazio di Ugo Chiti. Molière(1622-1673), Jean-Baptiste Poqueline, uno scrittore francese che amo molto, per questa sua sagace critica sociale e morale, attuata attraverso stereoptipi, o modelli unici, dopo aver intrapreso ahimè l’avvocatura, […]

 

Anche a Messina arriva attesissimo, al Teatro Vittorio Emanuele, L’AVARO” di Molière nel libero adattamento ed ideazione di spazio di Ugo Chiti.

Molière(1622-1673), Jean-Baptiste Poqueline, uno scrittore francese che amo molto, per questa sua sagace critica sociale e morale, attuata attraverso stereoptipi, o modelli unici, dopo aver intrapreso ahimè l’avvocatura, come esattamente ho fatto io, si allontanava dal percorso tracciato dai suoi studi per fondare una compagnia teatrale. Sentiva che quello che stava facendo prima, era andare nel senso dove tutti vanno, mentre Lui aveva ben chiaro che la società del suo tempo andava ridicolizzata se non combattuta. Dunque per oltre dieci anni, attraversò la Francia per proporre nelle cittadine di provincia, le sue opere, che non avevano successo. C’era da aspettarselo si direbbe…Dal 1658, però, riesce ad attrarre l’attenzione di Luigi XIV, fino ad ottenere per il suo teatro il titolo di “compagnia reale”. Così cominciò a disegnarci i profili di quei modelli che aveva incontrato e ben analizzato: Il misantropo, del 1666, L’avaro, del 1668 e Il malato immaginario del 1673. Con queste nuove creazioni apportò alcune modifiche che, in Italia, verranno, pari pari seguite da Carlo Goldoni: un vero copione sostituirà l’improvvisazione, e i personaggi con le loro caratteristiche individuali, fisiche e psicologiche, sostituiranno le maschere tradizionali. Insomma il teatro molièriano, lascia la commedia dell’arte per dissacrare ferocemente la società secentesca nella sua interezza: dai commercianti, sospettosi e avari, alla nobiltà, oziosa e corrotta, alla classe media di medici e avvocati concentrata solo sulla propria professione e la propria scienza, che non riesce a dare un vero apporto al progresso.
In questo contesto, quest’opera, commedia originariamente in cinque att
i che si modella sull’Aulularia di Plauto, mette in scena il ritratto satirico di un avaro che, pur di non abbandonare le proprie ricchezze, arriva persino ad ingannare i suoi propri figli. Ed in questo teatro arriva ancora un nuovo adattamento: quello di Ugo Chiti che ridisegna gli spazi.

Trovo la scena grigia, anticipatrice dell’anima del protagonista che, ha fatto dei soldi il suo idolo…ed il tema lungi che perdersi nella storia, è attualissimo. E’ un testo che non è mai stato amato dal pubblico e certamente Molière capì poco la freddezza riservata all’Avare in scena. In effetti credo che la mancanza di successo fu dovuta allo stereotipo chiuso dei suoi tempi non diversi dagli attuali, ma da un certo momento in poi la critica cominciò ad amarlo senza riserve.

La commedia attuale, che è una tragedia cosmica, si colloca tra farsa e tragedia. L’adattamento che Ugo Chiti propone per la nota compagnia Arca Azzurra, modifica il testo originale. Lui ha candidamente eliminato un prologo ed un epilogo per dare una maggiore centralità al personaggio di Arpagone, inoltre ha tagliato parti che niente avrebbero aggiunto alla storia. La trama presenta uno spaccato della società del tempo, attraverso tematiche care a Molière, che risultano tristemente attuali. Una “Ode ai soldi e per i soldi”, allo scopo di neutralizzarne il concetto ed il valore. Tutto il cast si muove sul palcoscenico “giocando” con la recitazione. Tra tutti spicca il protagonista Arpagone, interpretato dal comico toscano Alessandro Benvenuti che è il vero istrione in scena, che con mimica e voce rende credibile il personaggio, e Giuliana Colzi che interpreta Frosina; suscitano più volte le risate degli spettatori. Lucia Socci e Andrea Costagli sono Elisa e Cleante, i due figli di Arpagone che appaiono un po’ troppo in là con gli anni rispetto ai due giovani che dovevano interpretare ed anche rispetto a Gabriele Giaffreda (Valerio) e Elisa Proietti (Mariana) che sono i loro relativi innamorati “segreti”. Il resto della compagnia è composto da: Massimo Salvianti (Freccia), Dimitri Frosali (Mastro Giacomo), Paolo Ciotti (Don Anselmo). Resta in primissimo piano tutta e solo una favola, che Il regista toscano reiscrive nel teatro, ponendo l’accento, molte volte, sulla comicità e poi sorprendendo con un finale alternativo: Cleante restituisce la cassetta con i soldi ad Arpagone. Ma è anche vero che chi ha buffamente e goffamente passato una vita considerando il denaro come fonte di propria gioia, è destinato a svanire nel semibuio di un teatro disteso in terra senza la forza di alzarsi, forse persino morendo. Figlio e figlia non esistono sono modelli o moduli attraverso cui pensare a se stessi. E mentre loro si innamorano e trovano come fuggire. Lui è perseguitato dall’idea che dovrebbe dare una dote alla figlia per sposarla e per questo la sposerebbe a chiunque se la prendessero nuda e cruda, mentre è inseguito dall’idea che il figlio non può sposarsi perchè mancano i soldi. Persino nel suo presunto matrimonio con una giovane, prevale il taccagno, che vorrebbe risparmiare sul pranzo nunziale. Chiti sembra seguire le orme di Dullin che nel 1913 rivalutò l’importanza degli altri personaggi che sono la comune voce critica verso il sordo padrone. In tale chiuso mondo di una casa la parola esprime il rancore condiviso, sino a oscuri presagi di morte. La vicenda amorosa qui non salva o salva soltanto coloro che ne sono consapevoli che scompaiono. Bello il commento sonoro di Vanni Cassori che alterna Motzar ad alcuni ricordi barocchi mentre il bianco degli abiti dei figli segna decisamente una scelta anti-cromatica di distanza .Alessandro Benvenuti ripulisce Arpagone dalla tradizione, L’avaro di Molière, rielaborato da Ugo Chiti, soprannominato il “poeta di compagnia” dell’Arca, che ne ha curato anche la regia e lo spazio scenico. Come detto, introduce un finale totalmente diverso da quello del suo autore: Lo stesso Benvenuti, in un’intervista, affermava che “Il finale è terribile, il finale originale è una delle cose più brutte che io abbia mai visto in teatro, non avrei mai fatto in vita mia un finale di Arpagone in quel modo”, il drammaturgo francese chiudeva la commedia con la battuta con Arpagone che profferiva: “Ed io, a vedere la mia cara cassetta”, rinunciando al matrimonio pur di riavere indietro i miei“cari”denari. Ugo Chiti va addirittura oltre e ci mostra il protagonista nel giardino vicino alla sua amata cassetta che conta i suoi averi e nel frattempo cala la notte e inizia a piovere ma lui anziché rientrare in casa, resta nel giardino a “cullare” il suo denaro.

La scenografia rispecchia l’animo di Arpagone, totalmente oscura e composta semplicemente da sgabelli e un fondale nero, che rappresentano proprio l’avaria del personaggio. Ma sebbene non mancano gli applausi questo “Avaro” grigio ed impotente nella sua ricchezza paralizzante, non mi rende quella forza della denuncia che mi sarei aspettata da un teatro nuovo, è piu’ un antro della coscienza oscuro ben disegnato ma a tratti stancante e noioso. Non ha la forza di uscire di piu’ da un testo rivisto per collocarsi in un moderno contesto di metateatro, quando vi sarebbero state tutte le premesse per osare ancora.

Anna Maria Mazzaglia Miceli

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Autore: Anna Mazzaglia

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