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ANGELA FINOCCHIARO HA …TROVATO IL FILO

Facebook Twitter Google + Al Teatro Vittorio Emanuele l’interessante lavoro dell’attrice : “Ho perso il filo” Entrando al Teatro Vittorio Emanuele di Messina, io certo non me l’aspettavo questa inedita Angela Finocchiaro e questo spettacolo avant – gard simbolico e plurivalente che diventa innovazione pura. Una nascita di pensiero incrociato e uno sviluppo di una […]

Al Teatro Vittorio Emanuele l’interessante lavoro dell’attrice : “Ho perso il filo”

Entrando al Teatro Vittorio Emanuele di Messina, io certo non me l’aspettavo questa inedita Angela Finocchiaro e questo spettacolo avant – gard simbolico e plurivalente che diventa innovazione pura. Una nascita di pensiero incrociato e uno sviluppo di una idea che rifonda la stessa concezione di teatro, anche nell’uso di scene e costumi, introducendo la musica come ha sempre insegnato Appia che ha affermato l’importanza fondamentale del sound e di un uso poetico del palco e della luce in quanto espressione del subconscio. La Finocchiaro, attrice superlativa ma, che nel cinema pareva non discostarsi da ruoli prevedibili, si è realmente messa in discussione. La idea è totalmente originale, ma ha lavorato sodo con.Walter Fontana e la regista Cristina Pezzoli poiché Lei desiderava uno spettacolo diverso e personale e non, certo, un banale e ripetitivo stand-up o assemblaggio di pezzi comici. Dunque osa ed introduce, in modo realmente individuale e creativo, un linguaggio, anche silenzioso, che mette in scena quel “tutto teatrale”, abilmente mixerato tra classico burlone, teatro danza, teatro di strada, dissertando, in una ora e quarantacinque, sulla sua comica ed ironica visione della vita che è finta e rappresentabile nella sua coscienza di un vissuto artistico maturo che Le ha dato, ora, la possibilità di spostarsi verso la dimensione surreale del fantasy. Una schizofrenia lucida – direi – totalmente dadaista, che partendo da un fuori scena, già fuorviante: il mito di Teseo e la storia del Minotauro (riscritta in modo magistralmente comico) introduce al reale mito del labirinto, che fa da struttura per tutta la durata della rappresentazione. Poi lascia ad uno spettatore (eletto Arianna) un grande gomitolo da cui scorre un filo…quello che Lei perderà, entrando nell’oltre per compiere la sua magia, viaggiando dal cinematografico iniziale al dialogo con il monitor gigantesco (una elettronica riscrittura del deuteragonista : il mitico secondo attore del dramma greco). Si perché ecco che Angela Finocchiaro varcando la soglia del tendone, che divide la realtà dalla finzione (si fa per dire) dovrà alla fine affrontare il Minotauro e così il labirinto che si crea tra sottili tende diverse tra cui l’attrice si muove in un mondo favolistico, popolato da creature che con Lei ed intorno a Lei, muovono lo spazio ed il tempo sei interessanti danzatori che, con le coreografie di Hervé Koubi, mescolano stili diversi di un ballo abilmente sincronico. Diceva ,molto più di cento anni fa, Roger Vitrac:  Talvolta il vero può non essere verosimile, ma questo inverosimile, questo ‘più vero del vero’, non è misterioso tanto quanto una favola, più autentico di questa? Definisco questo reale superiore come ‘surreale’. Ed è da questo surreale che viene di getto il comico dei nostri tempi.” Angela Finocchiaro assume dunque un armatura per diventare l’eroe moderno con leggerezza, proponendo un vero e proprio viaggio esilarante, indietro nel tempo: da bimba costretta dalle Orsoline a munirsi di pensieri anti-peccato, allo scontro generazionale di trasmissione di ansie dalla bisnonna alla nonna alla madre …(certo una ne esce spaventata) e, nella vita dovrà sapersi sottrarre ai giochi della paura proprio forse con l’affrontare i Minotauri in maniera solitaria, ridendo riguardando, alla soglia dei sessantanni, tutto questo schiacciamento epocale con la benedetta risata. Ecco che lei è una bambina buffissima col vestito bianco, a bambola, che però elimina le vocali per dire ciò che pensa con quel senso della religione asfittico, tramandato da una generazione che si aspettava troppo da noi (Io per esempio ho vissuto la comunione con un senso di ansia….l’ostia …”E se mangio Dio?”). Ciò però che a quella età era panico, diventa denuncia e propensione alla libertà devastata che tutti abbiamo vissuto da mini-donne a donne moderne e…realizzate (???). Si perché di quel mondo ricattatorio si apprezzerà il volo compiuto, pur restando incastrati in matrimoni super-felici e alle prese con figli che ormai crescono tardi. Una enorme lunghissima risata che trascina proprio dentro il labirinto, in un percorso nel tempo e nei luoghi, mozzafiato, anche perché accompagnata dai “gorgheggi” di Angela dai suoi “brividini”…dal suo “mi sono persa!”, mantenendo una lucidità ironica, trastullandoci con la vita vissuta e quella recente ma, avvertendo e percependo il Minotauro come un grosso bambino abbandonato nel labirinto, costretto a sgranocchiare i bambini ogni nove anni, Lui che ….magari avrebbe desiderato solo fili d’erba e non quello scricchiolarsi di ossa indigeste. Angela fa di tutto per farselo piacere…ma deve comunque affrontare questo grosso ostacolo che la porterà fuori da scale a chiocciola, anche se impera il malgoverno in una Italia che sembra paurosamente precipitare verso il basso. Credo che questa Angela Finocchiaro sia veramente catartica: solo la presa di responsabilità e il saper avere ali e sogni ti porta in un eterno Azzurro ove è possibile realizzare tutto. Ed il finale è un trionfo di risate. L’Arianna spettatore dovrà scattare le foto finali da inviare ai figli: Hai visto mai? Questo per me è uno spettacolo TOP che suggerisce una direzione autentica: l’importante è partecipare…tuffarsi nella vita, anche con le Multinazionali incalzanti, vincendo i fantasmi esterni ed interni che poi forse ..semplicemente girando l’angolo? Sì!!! trovi uno spettacolo come questo.

E adesso prova anche tu a capire questo teatro… Artaud ammoniva: “il teatro deve smettere di proporsi come un doppio della vita, ma diventare vita. E se il teatro diventasse più vero del vero, si chiede Artaud, se la realtà fosse un mero riflesso di un teatro che incarna la vita vera? Artaud evoca un teatro del futuro eppure primordiale …che risvegli forze sepolte sotto la civiltà borghese, con un linguaggio che deve parlare soprattutto all’immaginazione. Il teatro, come la peste, deve invadere le strade, sovvertire l’ordine sociale e morale, creare un universo parallelo in cui l’esperienza umana sia centrale e amplificata”.

Anna Maria Mazzaglia Miceli

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Autore: Anna Mazzaglia

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